Cultura

Quella volta in cui un giovane McCarthy disse: “Le mie mani pensano”

AGI -“McCarthy è estremamente gradevole, quasi seducente”, ha scritto a suo tempo la critica Mary Buckner su The Lexington Herald-Leader nel 1975. “Ha la capacità di raccontare una buona storia con umorismo e non si dà arie da ‘intoccabile’ che alcuni autori sembrano avere”. 

Il New York Times dedica un articolo allo scrittore Cormac McCarthy, Premio Pulitzer per la narrativa con “La strada”, pubblicato nel 2006, perché autore riservato, a cui piace l’anonimato, restio alle facili confidenze e che, soprattutto, ha rilasciato pochissime interviste nella sua vita e molto contrario “ad analizzare pubblicamente il suo lavoro creativo”, la sua professione.

Tuttavia, all’inizio della sua carriera, prima del Premio Pulitzer e del National Book Award, cioè prima che i suoi libri diventassero film e il suo nome noto anche a chi non leggeva i suoi libri, “ha rivelato qualcosa di sé e del suo mestiere” , in “almeno 10 interviste a piccoli giornali locali a Lexington, nel Kentucky e nel Tennessee orientale”, tra il 1968 e il 1980, che ora alcuni ricercatori e studiosi del suo lavoro letterario hanno rintracciato e riportato alla luce, mettendo in risalto alcuni lati inediti del suo carattere.

Le interviste, sottolinea il Times, ritraggono un giovane scrittore “dall’aspetto fanciullesco, che è serio riguardo al suo lavoro, ma che non fa il prezioso. E riflettono anche i costumi dell’epoca”. Il ritrovamento di questi colloqui con i giornali arriva mentre McCarthy si appresta a pubblicare due nuovi romanzi, “The Passenger” e “Stella Maris”, i primi dal 2006 quando ha pubblicato “La strada”. E si sa già che in quell’occasione, lui non rilascerà interviste, fa sapere il Times, che si deve perciò rimnettere alle poche interviste rulasciate per poter meglio inquadrare il personaggio.

Sulla sua arte, lo scrittore ha detto semplicemente: “Le mie mani pensano. Non è un processo cosciente”, per dire che quando si sente pronto a scrivere le parole fluiscono da sole” perché “non so spiegare come si crea un romanzo”, ha detto. “È come il jazz, si fa mentre si suona, e forse solo chi lo fa può capirlo”. Indifferente alle trame sentimentali e ai soldi, McCarthy dice poi di aver sempre “provato orrore per il modo in cui la gente vive” mentre di sé afferma: “Sono fondamentalmente molto egoista e voglio godermi la vita. Mi diverto sempre”.

Quanto agli scrittori che lo hanno influenzato, in passato ha detto che ci sono “scrittori coraggiosi”, come Fyodor Dostoyevsky, Leo Tolstoy, William Faulkner, James Joyce e Herman Melville e in un’intervista del 1971, intitolata “McCarthy, uno dei giovani autori più famosi della nazione”, ha confessato di avere più di 1.500 libri nella sua libreria, dai romanzi contemporanei alle opere collezionate di drammaturghi greci. Ma “non leggo brutti libri”, ha precisato nel 1975. “Non riesco fisicamente a muovere gli occhi sulla pagina”.

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