Cultura

“Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina”, dice Yu Hua 

"Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina", dice Yu Hua 

Ulf Andersen / Aurimages

 Yu hua (AFP)

Quando, nel 2013, Yu Hua pubblicò in Cina “Il Settimo Giorno”, un romanzo surreale che racconta la vita grottesca di chi vivo non è più, il grande narratore cinese spiegò al Corriere della Sera quale era stata la molla che lo aveva spinto a scrivere un’opera che contiene l’almanacco delle storture della Cina contemporanea, dal cibo adulterato alle demolizione delle abitazioni. “In Cina sempre più gente non riesce a comprarsi la tomba e, nel caso, sa che la proprietà dura solo 25 anni. Capisco i 70 anni di diritti sulla casa, che è per i vivi, ma 25 anni per i morti? Ecco allora che ho immaginato un ‘Luogo per i morti senza tomba’: per criticare con più efficacia la crudeltà della realtà”. 

Il 18 ottobre il cinquantottenne Yu Hua, che durante la gestazione decennale di questa opera aveva pubblicato “La Cina in dieci parole”, è uscito in Italia con il suo ultimo libro, “Mao Zedong è arrabbiato” (Feltrinelli, 16 euro, traduzione di Silvia Pozzi), un racconto appassionato, ironico e coraggioso della Cina di oggi. “Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina, sarebbe talmente arrabbiato che chiederebbe lui per primo di tirare giù il suo ritratto a Tian’anmen”, scrive l’autore.

“L’educazione patriottica dispensateci dal Partito comunista in quasi sessant’anni ha mescolato in unico calderone l’amore di patria e la devozione al Partito, cioè al governo. Celebrarli significa celebrare la Cina. Subdolamente hanno cancellato la differenza tra la nazione e chi la amministra portandoci via il patriottismo per sostituirlo agilmente con un ottuso nazionalismo”.

Si tratta di un libro patriottico che però, scrive Marco del Corona su La Lettura, “può essere accusato di essere anti-patriottico”.  Come già “Il Settimo Giorno” (uscito in Italia nel 2017 per Feltrinelli), continua, “sembra insieme un atto d’amore e un atto d’accusa”.

Yu Hua, durante una intervista ad Agi, descrive le contraddizioni con cui la seconda economia, dopo 40 anni di riforma e di apertura, si ritrova a fare i conti, spingendosi a immaginare a un certo punto la fine del Partito comunista Cinese. “Tra 100 anni sarà tutto cambiato, il Partito non esisterà più”. Proprio in merito al “Settimo Giorno”, che l’autore aveva aveva dedicato al caos della società, ai drammi che sono il volto meno conosciuto della modernizzazione turbo-capitalista, Yu Hua dice:  “Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale”.

"Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina", dice Yu Hua 

Ulf Andersen / Aurimages

 Yu hua (AFP)

Perché il mondo dei morti per raccontare la Cina di oggi?

“A volte, la scrittura è fatta di incontri con la fortuna, di casi. Ho avuto una idea fulminante, ho visto una scena: quella di un morto che riceve la telefonata da un crematorio, all’altro capo del telefono gli dicono che è in ritardo per la sua cremazione. Lì mi è sembrato che ci fosse l’incipit perfetto, l’escamotage letterario perfetto, per riuscire a concentrare storie diverse in un unico posto. Una cornice che potesse contenerle tutte”.

I suoi libri si ispirano a fatti realmente accaduti?

“Racconto le assurdità che accadono Cina da trent’anni a questa parte. Non sono notizie di cronaca nera. Una cosa brutta succede una volta. In Cina, invece, sono tanti anni che le cose che racconto continuano a succedere in maniera ricorrente. E quando un fatto si verifica continuamente, non è più notizia, ma letteratura.

Il mio proposito era non solo di fare letteratura, ma anche di realizzare un documento storico-sociale. Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale.

Racconto della morte di un sindaco. Non è stata una scelta casuale. Un mio amico mi ha chiesto, “come mai hai descritto la morte di un sindaco e non di un funzionario di partito?”, visto che, come sapete, in Cina i sindaci non contano nulla, chi comanda sono i segretari di partito. Ho risposto che secondo me tra 100 anni non esisteranno più i segretari di partito, non ci sarà più neanche il Partito comunista cinese!”.

Dagli aborti clandestini alle demolizioni forzate, quali sono i drammi raccontati nei suoi libri che peseranno maggiormente sulla Cina del futuro?

“L’ascesa al potere di Xi Jinping deriva da scelta storica. In questo momento la Cina ha bisogno di un leader forte come Xi. Negli ultimi 40 anni, il processo di riforma e di apertura ha portato un grande cambiamento. La Cina si è arricchita ma sono aumentate le disuguaglianze sociali. Risultato: il Paese è nel caos.

Per caos intendo il grado di corruzione e lo stato di avanzamento dell’inquinamento ambientale. Siamo già arrivati a un punto nel quale è difficile immaginare il peggio.

Quello che possono fare i nostri vertici è ininfluente. Emanare qualsiasi legge rischia di essere inefficace per risolvere la situazione al punto in cui siamo arrivati. “L’ordine dei vertici non arriva fuori Zhongnanhai”, si dice a Pechino. In altre parole, le decisioni del governo rimangono circoscritte nelle stanze del potere.

Storicamente, quasi in maniera ciclica, quando un sistema come quello cinese entra in una situazione così delirante, fuori controllo, è necessario che arrivi un personaggio forte come Xi Jinping”.

Xi ha riportato al centro il Partito

“Il presidente cinese ha avviato con polso la campagna anti-corruzione e ha inasprito i controlli, attuando politiche sempre più restrittive in un ogni campo della vita politica e sociale. Si muove in maniera tale che viene rimosso ogni tipo di dissenso; non è consentito alcun tipo di opposizione al suo governo e al sistema di potere. E’ sicuramente qualcosa di estremo, ma che si configura come il risultato dell’epoca estrema venuta prima; si è passati da un estremo a un altro”.

Un moto perpetuo che in Cina si rinnova sempre…

“L’incipit di uno dei classici della letteratura cinese, Il Romanzo dei Tre Regni, contiene proprio questo adagio: “quando lasci andare, devi stringere; quando stringi, devi lasciare andare”.

Quando è troppo tempo che siamo rimasti aperti, bisogna chiudersi; quando siamo rimasti chiusi troppo a lungo, e quindi stiamo morendo, a quel punto ci riapriremo.

Molti intellettuali cinesi sono allarmati; io, sinceramente, non mi preoccupo. Perché questa chiusura ha una scadenza; quando finiranno le restrizioni, ci sarà un rilassamento”.

Non teme di irritare la sensibilità delle autorità cinesi?

“Non ci ho ancora pensato, ed è meglio anche che non ci pensi. Tanto ci pensa il destino, è inutile che mi preoccupi prima. Non è solo all’estero che me lo chiedono. Me lo chiedono anche in Cina: “Ma come mai non ti è ancora successo niente?”. E che ne so io. Se non mi succede niente, non posso inventarmi che mi succeda qualcosa. Certo non posso assicurare che nei prossimi 100 anni non mi succederà nulla”. 

A proposito di falsificazioni, nei suoi romanzi è spesso presente il concetto di shanzhai, cioè di contraffazione, che, ha scritto nel 2015, “mette in luce sia l’avanzamento della società sia la sua arretratezza”. Oggi è ancora così?

“Secondo me il fenomeno della contraffazione oggi è pure migliorata. Siamo già più avanti rispetto a quelli che semplicemente imitano i prodotti”.

“Dopo i fatti di Piazza Tian’anmen”, scriveva ne “La Cina in dieci parole”, “tra le conseguenze più evidenti, c’è la stagnazione del sistema politico”. La società cinese, nel suo rapporto con lo stato, è in possesso degli anticorpi in un modo che possa indurci a pensare che questa situazione non sia irreversibile, ma che possa esserci una evoluzione?

“Penso di sì, e credo che accadrà qualcosa di molto piccolo, ma che sarà capace di modificare le cose; cosa sarà, non lo so.

Mao Zedong poteva da solo cambiare le sorti della Cina come gli pareva. Lo stesso valeva per Deng Xiaoping, ma in un certo senso anche per Xi Jinping, il quale ha avviato dei cambiamenti nella direzione di un maggiore controllo sulla società. Sono però convinto che ci sarà un piccolo evento che porterà a grandi cambiamenti. Solo che non ho la più pallida idea di cosa possa essere”

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